PAOLO nIZZA

Giornalista e critico cinematografico per Sky TG24
Autore di I Have a Drink – Un brindisi tra cinema e cocktail (Edizioni Bietti)

Scrivo di cinema, serie tv, teatro, arte e cultura pop.
Credo in una critica che respiri: colta ma curiosa, ironica e malinconica.
Nei miei articoli e nel mio libro I Have a Drink, racconto il confine tra sogno e disincanto, dove il film diventa cocktail e la parola un brindisi.

Film critic and journalist for Sky TG24.
Author of I Have a Drink – A Toast to Cinema and Cocktails (Bietti Editions).
I write about cinema, art and pop culture, blending emotion and irony —
a sip of dream and disillusion.

© Paolo Nizza | Giornalista e critico cinematografico per Sky TG24. Recensioni, interviste e visioni tra cinema, arte, musica e cultura pop, dove il film diventa emozione e il pensiero stile.

“Scrivo per ricordare che il cinema è un cocktail di sogno e disincanto.”.

## 🎬 Dal mio Instagram
Fotogrammi sparsi di viaggi, festival e bicchieri.
Un taccuino visivo dove il cinema incontra la vita,
tra luci di proiezione e riflessi di gin tonic.
👉 Seguimi su Instagram

## 🎬 From my Instagram
Frames of journeys, festivals and cocktails.
A visual diary where cinema meets life —
through projections, mirrors and a sip of light.
👉 Follow me on Instagram

🕯️
Entra nella mia stanza del brivido: Mister Paura.

La mia rubrica horror andata in onda su Sky Cinema e online su Sky.
Un viaggio tra miti moderni, case stregate, mostri di celluloide e fantasmi del quotidiano. Con Emanuela Battista. Regia di Simone Del Vecchio, Montaggio di Maurizio Grillo.

RECENSIONI

🎬 L’agente segreto – RecensioneUn thriller politico che trasforma la paura in paesaggio: il Brasile del 1977, un uomo in fuga e un cinema che lavora per stratificazioni, attriti e memoria storica. Wagner Moura attraversa il film come un corpo braccato, tra genere, archivi e Storia.
👉 Leggi la recensione
https://tg24.sky.it/spettacolo/cinema/2026/01/29/l-agente-segreto-film-recensione
🎬 Ben – Rabbia animale – RecensioneUn horror fisico e disturbante che rilegge la figura della scimmia come specchio oscuro dell’umano: tra exploitation, paura primaria e riflessione sul controllo, il film affonda le mani nell’istinto.
👉 Leggi la recensione
https://tg24.sky.it/spettacolo/cinema/2026/01/29/ben-rabbia-animale-film-recensione
🎬 Send Help – RecensioneSam Raimi mescola survival, commedia nera e lotta di classe: due colleghi naufraghi, un’isola che diventa laboratorio morale e un film che alterna humour crudele e tensione pura.
👉 Leggi la recensione
https://tg24.sky.it/spettacolo/cinema/2026/01/29/send-help-film-recensione
🎬 La scomparsa di Josef Mengele – RecensioneKirill Serebrennikov affronta il male senza catarsi: la lunga fuga del medico nazista diventa un viaggio nella rimozione, nella colpa e nella persistenza dell’orrore nella memoria collettiva.
👉 Leggi la recensione
https://tg24.sky.it/spettacolo/cinema/2026/01/29/la-scomparsa-di-josef-mengele-recensione

Hangover Memories nasce il giorno dopo.
Quando il film è finito, i titoli di coda sono evaporati e resta solo ciò che ha fatto male, o che ha lasciato un segno.
Non sono recensioni.
Non sono analisi.
Non sono nemmeno appunti ordinati.
Sono frammenti, immagini che tornano, battute che insistono, dettagli che non smettono di bussare. Cinema ricordato a memoria imperfetta, emotiva, infedele. Cinema che non chiede di essere spiegato, ma trattenuto.Hangover Memories è una rubrica di scrittura sentimentale sul cinema:
film visti ieri, film visti anni fa, film che continuano a lavorare sotto pelle.
Come un hangover, appunto: non sai più esattamente cosa hai bevuto, ma sai che qualcosa ti ha attraversato.
Qui non si giudica.
Qui si ricorda.
E quello che resta, resta per un motivo.

HANGOVER MEMORIES #1
Le lacrime amare di Petra von Kant
Due gatti. Un quadro. Un lettoDue gatti aprono il film. Uno nero, uno siamese. Si muovono, si annusano, si leccano. Eleganti, indifferenti, crudeli quanto basta. Durano pochi secondi. Quanto dura, spesso, la promessa di un amore. Poi spariscono. Hanno già detto tutto.Fassbinder fa scorrere la macchina da presa da sinistra verso destra. Una carrellata lentissima, ipnotica. Dal Mida e Bacco di Poussin — il re che ringrazia per essere stato liberato dal dono che lo stava distruggendo — fino al letto di Petra. Dal mito alla carne. Dalla pittura alla trappola. Trasformare tutto in oro è una maledizione. Trasformare tutto in amore, anche.Marlene apre la tapparella. La luce entra. Colpisce il talamo della padrona come una sentenza. Petra si muove tra le lenzuola, regale e patetica, e con tono teatrale, già ferito, già arrogante, ordina:
«Marlene, non essere così insensibile!»
Il film è già tutto lì. Il potere. Il capriccio. L’umiliazione travestita da amore.La stanza è una gabbia dorata. Specchi ovunque. Manichini. Bambole. Corpi finti che osservano corpi veri distruggersi. Petra parla, domina, desidera. Karin arriva come un’apparizione e diventa una condanna. Marlene tace, ma registra ogni cosa. «È sempre molto facile compatire», dice Petra, «molto più difficile è capire». E capire, qui, significa cambiare. Ma nessuno vuole davvero farlo.Anche i costumi capiscono prima dei personaggi. Petra cambia abito come cambia ruolo, identità, maschera. Ogni atto è una nuova pelle. All’inizio pellicce, colli importanti, loungewear sontuoso: Petra è padrona del gioco, grande pretendente, sovrana del letto da cui governa affari, affetti, madre e figlia assente. Poi l’armatura metallica, con busto conico e cinghie di cuoio che Marlene stringe sulle sue gambe: il desiderio diventa costrizione, il potere si fa ossessione. Più tardi l’abito increspato, quasi da arlecchino tragico, la parrucca rossa, la lacrima che scende: l’amore ha già vinto, ma contro di lei. Nell’ultimo atto, l’abito verde smeraldo, spalle scoperte, il fiore rosso legato al collo come un segno rituale: Petra è nuda emotivamente, esposta, bellissima e insopportabile da guardare.E poi ci sono loro: i corpi che reggono tutto questo teatro del dolore. Margit Carstensen non interpreta Petra von Kant: la abita come una malattia cronica. Ogni gesto è eccesso controllato, ogni bitte è una variazione sul potere, una sillaba che può diventare supplica, comando, veleno o carezza. Il tedesco, qui, non è lingua: è materia emotiva. Carne che suona. Guardarla significa assistere alla nascita di una diva tragica che non chiede empatia, ma la pretende.Hanna Schygulla, con Karin, è l’opposto: superficie liscia, corpo che si sottrae, bellezza che non promette nulla e proprio per questo diventa devastante. È l’oggetto del desiderio che rifiuta di essere specchio. Sta sul letto come una divinità annoiata, tira i fili, sbadiglia mentre l’altra brucia. Irm Hermann, Marlene, è il controcampo morale del film: sempre in nero, sempre uguale, una presenza funeraria che attraversa la stanza come una coscienza rimossa. Non parla, ma scrive. Non ama, ma vede. E quando se ne va, il film resta senza asse.L’amore non consola: possiede. «La verità è che io non l’amavo», ammetterà Petra troppo tardi, «ho voluto soltanto possederla». E quando il possesso fallisce, resta solo il dolore. «La capacità di provare dolore è proporzionale alla capacità di amare». Fassbinder la fa suonare come una legge fisica. Ineluttabile. Senza appello.E sopra tutto questo scorre la musica, che non accompagna: commenta, accusa, tradisce. The Great Pretender risuona come una confessione mascherata da slow romantico. Smoke Gets Into Your Eyes diventa nebbia emotiva, incapacità di vedere, autoinganno melodico. Poi Verdi, Un dì felice, che irrompe come un’illusione lirica fuori tempo massimo, promessa d’amore già morta nel momento stesso in cui viene cantata. Anche la macchina da scrivere di Marlene è musica: martellante, ossessiva, inesorabile.I gatti non tornano. Non serve.Il gioco predatorio è ormai umano. Più elegante. Più sadico. Più disperato. «L’essere umano è cattivo», dice Petra, «ma alla fine sopporta tutto». Anche l’umiliazione. Anche l’abbandono. Anche la solitudine senza Dio.Quando Petra prova a cambiare, quando chiede amore senza pretendere nulla in cambio, è ormai tardi. Marlene risponde con l’unica frase che non può essere contraddetta: il gesto. Fa la valigia. Porta via la bambola. Se ne va. E vince.Le lacrime amare di Petra von Kant è un melodramma senza redenzione. Un film che ti guarda mentre guardi. Che ti riflette. Che ti imprigiona nei suoi quadri, nei suoi abiti, nei suoi silenzi. Ogni scena è una natura morta dell’amore mentre marcisce.Un long island emotivo: dolce all’inizio, micidiale alla fine. 🍸
E no: anche dieci gin tonic non bastano per uscirne indenni.

# 🎬 Critica, visioni, sguardi

Tra cinema e vita, tra un bicchiere e una scena.
Racconti che nascono di notte, tra nebbie e luci di proiettore,
dove il cinema diventa confessione e riflesso.

Text

🍸 I Have a Drink su Sky TG24 – Insider
La mia scrittura più notturna: cinema, serie, pop, ossessioni e dettagli. Contenuti a pagamento (Insider): niente link free, qui si entra solo con abbonamento.
👉 Entra nella pagina autore
Link:
https://tg24.sky.it/autore/paolo-nizza

🎬 Dwayne Johnson – da The Rock a The Smashing Machine – Articolo
Un ritratto muscolare e vulnerabile che scava nel mito, tra crolli, resurrezioni e cinema allo stato puro.
👉 Leggi l’articolo
🎬 Le Gemelle Kessler al cinema – Articolo
Storia, memoria e scintille di spettacolo: un omaggio elegante a due icone che hanno attraversato decenni di showbusiness trasformandosi in mitologia pop.
👉 Leggi l’articolo

  • First item

  • Second item

  • Third item

Text

La mia rubrica horror andata in onda su Sky Cinema e online su Sky.
Un viaggio tra miti moderni, case stregate, mostri di celluloide e fantasmi del quotidiano. Con Emanuela Battista. Regia di Simone Del Vecchio, Montaggio di Maurizio Grillo.

“Benvenuti in casa mia.”
— Dracula (1992)

Text